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Pietro Anastasi , otto stagioni nella Juventus dove vincerà tre scudetti

Due diversi momenti azzurri per Anastasi; contro la Jugoslavia nella vittoria in Coppa Europa nel 1968 e contro Haiti nel 1974 segna il suo ultimo gol in azzurro

Con la maglia dell'Ascoli nella stagione 1978-79 segna contro il LR Vicenza

UN GRANDE CENTRAVANTI

PIETRO ANASTASI

Nel Varese diventa fortissimo e con un suo gol l'Italia conquista la Coppa Europa; poi con la  Juventus vince tre scudetti. Passa nell'Inter dove delude chiudendo la carriera nell'Ascoli

Un calciatore non altissimo dalla pelle olivastra con un pronunciato ciuffo nero sulla fronte e due occhi svelti e lucidi, che sembrano conoscere già tutte le malizie del calcio. Così si presenta sui campi della piccola squadra della sua città Catania, la Massiminiana, un giocatore leggendario ed importante per il nostro calcio, Pietro Anastasi.

Nato nel 1948 a soli diciassette anni diventa protagonista giocando nel Varese, in serie B. Con i suoi reti, questo giovane “emigrato” del calcio regala subito la massima divisione alla squadra lombarda. Continua il suo grande periodo segnando ben undici nella  stagione 1967-68 e portando il Varese ad occupare il settimo posto in campionato. E’ una bella squadra questo Varese che si toglie anche lo sfizio di battere in casa le grandi del nostro campionato come Inter, Milan e Juventus che viene superata per cinque a zero con Anastasi che firma una tripletta !

I tifosi lo ribattezzano subito “Pietruzzo”, facendo rivivere il suo sangue siciliano, e diventa l’uomo nuovo del nostro calcio al punto che Valcareggi lo convoca in azzurro. Il suo debutto è leggendario. Infatti gioca nella finale per la Coppa Europa contro la Jugoslavia. Sarà presente  nelle due partite ed è suo il mitico gol al volo del 2 a 0 che spiana l’Italia alla storica conquista del titolo continentale. Ormai Pietro è giustamente l’uomo del momento e la Juventus di Boniperti, alla ricerca di nuovi protagonisti per ritornare grande, non si lascia sfuggire l’occasione per acquistarlo.

Il prezzo è esorbitante, ben seicento milioni e Anastasi a solo venti anni diventa anche il simbolo di tutti quei suoi conterranei che sono andati a lavorare a Torino in cerca di una vita migliore. Il pubblico e tifosi non solo bianconeri gli dimostrano subito grande affetto che contraccambia diventando subito protagonista; prima  stagione in bianconero con quattordici reti ma la Juventus non decolla. L'anno successivo diventa allenatore Armando Picchi, suo compagno di squadra nel Varese, ed Anastasi  è sempre a grande livello realizzando quindici reti ma la sua verve non  è sufficiente a raddrizzare un attacco di non altissimo livello con Vieri e Zigoni.  Intanto i mondiali messicani sono alle porte e lo aspettano come protagonista insieme a Gigi Riva.

Un destino strano fermerà la grande avventura del centravanti catanese. Uno scherzo pesante del suo massaggiatore lo porta ad un travaso di sangue nella zona genitale. La notizia non viene diffusa per la sua delicatezza alla stampa alla quale viene comunicato che il calciatore è stato vittima di una violento attacco di appendicite. Inizia un momento delicato nella vita del cannoniere che nella stagione 1970-71 sembra aver perso il fiuto del gol, giocando senza quella forza e vigoria che lo aveva caratterizzato. Picchi non ne fa un dramma conoscendo bene la stoffa di Pietro, intanto la Juventus conclude ad un modesto quarto posto. L’anno dopo arriva Roberto Bettega ma Anastasi entra subito in sintonia con il giocane attaccante sembra ritornare ai livelli degli anni passati. Lo scudetto e cosa fatta e incomincia un periodo positivo sia per il calciatore che per il club bianconero.

Anastasi diventa il giocatore dei gol impossibili, tuffandosi di testa o spiazzando con invisibili tocchi i portieri avversari proprio all’ultimo momento.

Due titoli, una finale persa di Coppa Campioni e Anastasi titolare nella nazionale grazie anche ai sedici gol segnati nella vittoriosa stagione 1973-74. Ai mondiali del 1974 però il ruolo di centravanti viene dato a Chinaglia, ma Anastasi entrerà nel secondo tempo del match d’esordio con Haiti, “festeggiato” dal giocatore laziale che manderà a quel paese l’intera panchina azzurra. Sarà una crisi superata al punto che nell’ultimo incontro con la Polonia giocheranno entrambi, creando però una sterile coppia di attacco. Il mondiale tedesco sarà la sua ultima grande manifestazione; Bernardini lo richiamerà per giocare solo due partite in nazionale che ormai lo considera un "protagonista del passato" dopo aver collezionato 25 presenze con otto reti.

Nel 1975 la Juventus guidata da Parola vince ancora il campionato  ma ormai i leaders dell’attacco bianconero sono Bettega e Causio e il suo gioco sta dimostrando quasi una involuzione. Pietruzzo  non sembra  i più il brillante attaccante degli anni passati al punto che  i ”vecchietti” Altafini e Gori  mettono in discussione il suo posto da titolare. Anche se il pubblico del Comune lo osanna in continuazione sottolineando ogni sua azione con valanghe di applausi, la dirigenza bianconera lo accantona in panchina, presagio di una imminente cessione. 

Il suo destino è nell’Inter che lo scambia con il più anziano Boninsegna e i bianconeri chiedono cento milioni in più per compensare il “divario” di età fra i due bomber. Saranno due destini diversi. Da una parte “Bonimba” che vince due scudetti ed una coppa UEFA, dall’altra Anastasi aspettato come salvatore della patria che non riesce più a fare una rete. Ogni domenica per il pubblico di S.Siro è una domenica di attesa, e l’esame per Pietro diventa sembra più crudele. Anastasi segna  pochissimo e l' Inter senza i suoi attesi diventa solo spettatrice per la lotta al titolo.  Sono solo due gli anni con la maglia nerazzurra, due anni di continue delusioni e di soli sette reti in ben 46 partite! Unico piccolo risultato una Coppa Italia che però non allontana le amarezze. A trentenni viene ceduto all’Ascoli provinciale di belle speranze dove riveste la maglia di titolare ma le reti continuano a mancare.

Ormai “Pietruzzo” è solo la leggenda conclusa di se stesso e due baffoni neri sembrano testimoniare il tempo che è passato, cercando di rinverdire anche se a solo trenta anni i successi della sua gioventù. Terminerà la sua carriera, sicuramente gloriosa, giocando nel Lugano il Svizzera nel 1981 la sua ultima stagione e rimanendo il simbolo di una generazione di calciatori e di tifosi