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Romeo Benetti, nove anni in azzurro, due mondiali e cinquantacinque presenze
Campionato 69-70, gioca nella Sampdoria; si metterà subito in luce
Mondiali del 1974; su due suoi tiri, due deviazioni in rete. Le partite sono contro Haiti e Argentina Nel 1976 Trapattoni lo porta alla Juventus dove vincerà due scudetti e una Coppa UEFA
Due stagioni in giallorosso, coniate con due vittorie in Coppa Italia LA TABELLA DI ROMEO BENETTI
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GOLCALCIO INCONTRA UN MITO AZZURRO! ROMEO BENETTI Samp, Milan, poi Juventus e Roma per un grande del nostro calcio.Due mondiali e nove anni in azzurro Sicuramente quando si parla di Benetti, nei nostri ricordi risorge la figura dell’atleta forte e grintoso, muscoli e decisione, tattica e volontà. Per tanti anni è stato uno dei più grandi centrocampisti in circolazione in Italia e nel mondo, e la sua caparbietà lo ha portato ad essere presente sulla scena internazionale fino alla veneranda età di trentacinque anni.Pochi sono i calciatori che superata la trentina hanno vestito la maglia azzurra. Romeo
Benetti nasce a Albaredo d’Adige, in provincia di Verona nel 1945.
Comincia a giocare e diciassette anni nel Bolzano, per poi passare a
Siena, Taranto, Palermo fino ad esordire in serie
A nel 1968-69 vestendo la gloria maglia della Juventus.Il torneo
successivo viene acquistato dalla Sampdoria, dove dimostra la sua forte
personalità di giocatore. Non passa inosservato a Rocco, che lo vuole
nella suo Milan n.2. Con la maglia rossonera Benetti giocherà sei
campionati, debutterà nel 1971 in azzurro (Italia-Messico 2-0), e porterà
il Milan ai vertici del campionato, anche se lo scudetto tante volte
sfiorato non arriverà mai. In nazionale partecipa ai mondiali in Germania
del 1974, risultando uno dei migliori calciatori della nostra squadra al
punto tale che sarà uno dei pochi ad essere riconfermato sia nella
gestione di Bernardini che in quella di Bearzot. Nel 1976 ritorna alla
Juventus, in cambio di Fabio Capello, e con Trapattoni in panchina, lo
aveva già allenato l’anno prima con il Milan, arrivano anche due
scudetti consecutivi (1977 e 1978), la Coppa UEFA e il posto da titolare
nella nazionale in Argentina. Nel 1979 passa alla Roma di Liedholm, dove
giocherà le sue ultime due stagioni e vincerà consecutivamente due Coppe
Italia. Rimarrà nel giro della nazionale e giocherà agli Europei del
1980 in Italia. La sua cinquantacinquesima ed ultima casacca azzurra e
nella finale per il III posto persa con la Cecoslovacchia. D. - Lei debutta
in nazionale nel 1971 e partecipa a due mondiali di calcio. Il primo è
quello sfortunato in Germania, che porta alla fine dell’era Valcareggi. R.
- Non fu una esperienza felice, infatti uscimmo al primo turno,
dopo solo tre partite.Partivamo come sempre con i favori del pronostico,
invece ci fu una vittoria con Haiti, un pareggio strappato all’Argentina
per 1 a 1 grazia anche ad un autogol su un mio tiro, e infine la batosta
con la Polonia di Lato. Molto i motivi di questa disfatta. Sicuramente
l’atmosfera non era delle migliori.Più che una squadra di calcio, la
nazionale si era trasformata
in una lotta tra due distinte fazioni, quella di Mazzola e quella di
Rivera; poi esistevano altri gruppi di giocatori che appoggiavano le
volontà o dell’uno o dell’altro. Fu una spedizione che non fu
organizzata, secondo il mio parere, nel migliore dei modi. Alla fine di
quel mondiale, con l’eliminazione dell’Italia, finì quella che molti
chiamano il ciclo di Valcareggi, ma finì anche la carriera in azzurro sia
di Mazzola che Rivera., che lasciarono la nazionale. D. - Lei invece fu
convocato sia da Bernardini che da Bearzot,
arrivando a giocare il mondiale in Argentina nel 1978. R. - Sicuramente
l’atmosfera era diversa; la squadra presentava un blocco della Juventus,
con nove undicesimi. La nazionale era la squadra bianconera, con
l’eccezione di Rossi e del regista, Antognoni o Zaccarelli. Bearzot non
ha fece altro che portare la personalità della mia squadra dal campionato
al mondiale. Del resto la Juventus di quel periodo aveva appena vinto due
scudetti e conquistato, dopo tanti anni di digiuno per il nostro calcio,
una coppa europea. D. - Quel mondiale
cominciò benissimo, tre vittorie fra cui quella storica con i futuri
campioni dell’Argentina, poi la squadra azzurra
comincia a perdere colpi, anche se poi conquistò un meritato
quarto posto. R. - Infatti il
mondiale del 1978 andò proprio in quel modo! Debuttammo giocando una
grande partita con la Francia, vincemmo di slancio sull’Ungheria per 3 a
1 ,ed io firmai il terzo gol, e poi ci fu la storica
la vittoria con l’Argentina, che ci aveva rilanciato come squadra
favorita per la vittoria finale. Poi
la nostra nazionale perse vivacità; seguì un pareggio con la Germania,
superammo con un solo gol l’Austria e infine giunse la sconfitta con
l’Olanda, che ci chiuse la porte della finalissima. Dobbiamo però
evidenziare che gli arbitraggi non furono molto felici, specialmente nella
partita con i forti arancioni. Ma non bisogna più di tanto recriminare;
la squadra era molto bene amalgamata, ma alla fine dei ventidue convocati,
solo quattordici giocarono. In un mondiale dove si disputa una partita
ogni tre giorni, si arriva alla quarta partita che si ha ancora la fatica
del primo incontro da smaltire! Giocando
solo in quattordici alla fine la squadra risentì di questa situazione;
forse se si fosse attivato un turn-over con più calciatori, il risultato
sarebbe stato differente. D. - Lei ha
giocato anche la famosa partita del 1973 a Wembley, dove l’Italia battè
l’Inghilterra per la prima volta sul suo storico campo. R. - L’Inghilterra
l’avevamo già superata qualche mese prima a Torino per 2 a 0, in una
amichevole per i 75 anni della Federazione. Sicuramente la vittoria di
Wembley fu un avvenimento di grande risonanza! A
dire il vero è stato un vero e proprio assedio da parte
dell’Inghilterra; ma con uno Zoff che si è superato e con una linea
difensiva guidata da Facchetti e Burgnich che giocarono veramente in modo
magistrale abbiamo avuto una sorte propizia che sul finale ci ha regalato
il gol della vittoria di Capello; quindi un partita che, per essere
obiettivi, abbiamo vinto sia per bravura ma anche con un pizzico di
fortuna.Comunque rimane una delle pagine più esaltanti della storia del
nostro calcio. D. - Per ben sei
stagioni ha giocato nel Milan avendo numerosi allenatori come Rocco,
Giagnoni e Trapattoni, tutti per una squadra fortissima che però non ha
vinto nessuno scudetto. R. - Il Milan di quegli
anni fu caratterizzato dal cambio di numerosi allenatori, conseguenza
anche del cambio al vertici di numerosi presidenti! Nonostante questo il
Milan rimase sempre protagonista del campionato; infatti siamo arrivati
quattro volti secondi, e poi non dimentichiamo la stagione del 1973 quando
perdemmo a Verona un titolo che già sembrava conquistato. Ci fu parecchia
tristezza, ma perdere lo scudetto per un punto significava che il Milan
era sempre una grande formazione, in lotta fino all’ultima giornata!
Inoltre abbiamo vinto due Coppe Italia e la Coppa delle Coppe pochi giorni
prima della sconfitta con il Verona. D. - Il suo ultimo
anno nel Milan vede il debutto sulla panchina di Trapattoni, che poi
l’anno dopo lo porterà nella Juventus. R. - Fu proprio così;nel
1975 Giovanni Trapattoni ha debuttato come allenatore proprio con la sua
ex-squadra,il Milan, per poi passare l’anno dopo alla corte di Agnelli e
portandomi nelle file di una
Juventus in via di rinnovamento.Fu un periodo splendido, tre anni dove
vincemmo due scudetti, una Coppa Italia e una Coppa UEFA. Poi ho un ottimo
ricordo di Giovanni, con cui ho lavorato insieme per ben nove anni, prima
come calciatore poi come collega! D. - Lei è
l’unico giocatore che ha giocato tutti i quattro derby,vestendo le
maglie di Sampdoria, Milan, Juventus e Roma. Un rapido paragone fra le
atmosfere di queste grandi partite. R. - A Torino è un
discorso classista, i bianconeri e i granata sono simboli di diverse
estrazioni sociali: a Milano si gioca fra le tifoseria all’insegna dello
sfottò, semplice e senza astio, a Genova ricordo un derby “all’acqua
di rosa”, dove la tifoseria lo vede come un’amichevole festa che si
organizza per migliorare la scenografia dello stadio. Infine a Roma dove
la stracittadine è una
la ragione per incontrarsi allo stadio anziché al ristorante! D. - Tante
stagioni da protagonista e ben nove anni titolare nella nazionale; se deve
citare un momento, una stagione che vorrebbe “incorniciare” per sempre
nella sua memoria? R. - E’ difficilissimo dire; infatti ho giocato quasi 350 partite, e ho vestito per 55 volte la maglia azzurra! Ho tanti ricordi emozionanti, legati specialmente ai derby, quelli che magari si sono vinti negli ultimi minuti ! Sicuramente ricordo come strepitoso l’anno con la Juventus che vinse il titolo nel 1977, quando superammo il Torino di Pulici e Graziani, che nel torneo precedente ci aveva sottratto il primato. Quella fu un eccezionale campionato finito con 51 punti, ovvero abbiamo perso su 30 partite solo nove punti! Fu una vittoria sul filo di lana; infatti fu una stagione combattuta spalla a spalla con i granata che terminarono a quota 50, un solo punto di svantaggio. Veramente un campionato giocato ad altissimo livello ed indimenticabile. |