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LA SCOMPARSA DI PIETRO RAVA

L'ULTIMO EROE

Riportiamo una delle ultime interviste dell'ultimo dei campioni del mondo del 1938 e oro olimpico a Berlino nel 1936

Era stato Campione del Mondo nel 1938 in Francia, e di quella squadra allenata da Pozzo e vittoriosa in finale contro l'Ungheria era appunto l'unico superstite e da non dimenticare l’oro olimpico di due prima a Berlino l'oro Olimpico. E quella vittoria nel '36 apriva il palmares di Rava, che fu anche campione d'Italia 1949-50 con la Juventus. Avrebbe compiuto 91 anni il prossimo 21 gennaio, ed era dunque l' ultimo superstite della generazione vincente degli anni Trenta, "ultimo protagonista di un calcio epico".

Pietro Rava aveva totalizzato 321 presenze in maglia bianconera: 303 secondo le statistiche ufficiali, che non conteggiano 18 sostituzioni nel corso della partita.
Era il decano degli ex giocatori della Juventus, di cui è uno delle icone della storia societaria. Lo stesso Avvocato Gianni Agnelli, nel 1999, nella prefazione di una biografia del giocatore aveva detto: "Piero Rava sarà sempre ricordato come un simbolo della Juventus e un uomo che ha fatto la storia della società bianconera". E non solo.

D: Una vittoria in un mondiale avvenuta quasi settanta anni fa; secondo lei se ne parla poco, ancora oggi, di quei Mondiali?

R: Bè, sa, ci sono pochissimi filmati e solo qualche fotografia. Tutti, o quasi tutti, quelli che erano presenti sono morti. Si vive di ricordi, di articoli di giornali. E si vive anche di numerose pubblicazioni, pubblicate sempre in prossimità dell'inizio di un mondiale.

D: Cosa vuol dire per un giocatore del 1938 vincere un Campionato del Mondo?

R: Voleva dire tutto. E’ la più grande soddisfazione che un giocatore può avere nella sua vita. Io l’ho avuta, e non è da poco. Ricordi però una cosa, molto importante. Eravamo in pieno fascismo e soprattutto eravamo tutti impregnati di grande spirito fascista. Dovevo giocare per vincere. Non c’erano scuse. Il Duce era stato chiaro e preciso. Dovevamo farlo soprattutto per il regime, forse anche prima della propria soddisfazione personale. E poi un’altra cosa. Ogni volta che vedo Del Piero, Vieri e Totti indossare quella maglia azzurra con 3 stellette d’oro sul petto mi inorgoglisco, perché una è anche merito mio.

D: Lei ha giocato proprio la finale mondiale di Francia ’38. Cosa ricorda di quell’anno e di quel campionato?

R: Del 1938 ho nitida l’emozione della mia prima Coppa Italia, vinta con la Juventus nel maggio di quello stesso anno. Ci aggiudicammo il titolo al termine di una appassionante sfida contro i granata, in un doppio scontro cittadino davvero particolare: 3 a1 al Filadelfia, e per 2 a 1 al Mussolini, l’attuale Comunale che fra poco più di due anni ospiterà le cerimonie delle Olimpiadi invernali di Torino 2006. Purtroppo, sempre nel 1938, non vincemmo il Campionato. Per due soli punti si impose l’Ambrosiana. Ma in quello stesso giugno mi sono ampiamente rifatto con il titolo mondiale appunto, dove ho giocato tutte le partite e quindi la finale. I francesi non ci amavano molto a causa del nostro regime fascista e il nostro ingresso al campo di gioco nella partita inaugurale di Marsiglia contro la Norvegia fu accompagnato da rumorosi fischi. Poi proprio i francesi furono sconfitti nello scontro diretto di Parigi, ma noi, molto modestamente, eravamo decisamente più forti di loro. Vincemmo grazie a due reti di Piola. Superammo poi il presuntuoso Brasile in semifinale e la fortissima Ungheria nella finale e alla fine piovvero applausi, i fischi non ci furono più.

D: Il suo primo ricordo quando pensa a quei Mondiali?

R: Sicuramente il fischio finale e la premiazione, le foto di rito. Ma una cosa ho ancora nelle orecchie. I fischi di Marsiglia. Quelli non li scorderò mai. Provi lei ad entrare in uno stadio che ti fischia nel momento dell’entrata in campo! Non sono mica fischi qualunque, quelli!

D: Cosa accadde dopo quella finale?

Rientrammo in Italia, in treno. Sa, era il 1938, non è come ora che avviene tutto con l’aereo privato della società o della FIGC. La prima tappa del nostro trionfale tragitto fu la mia Torino, per ovvi motivi di vicinanza frontaliera. A Torino fummo accolti a Porta Susa nientemeno che da mio padre, che era capostazione. Fummo poi ricevuti a Roma, la Capitale, a Palazzo Venezia, dal Duce. Mussolini ci ringraziò per il servizio reso alla Patria. Il mio compenso fu una pergamena e un premio di Lire 8.000. Con quei soldi mi comprai l’auto nuova, una Topolino 9500. Davvero altri tempi!

Andrea Parodi

foto :  Rava protegge Olivieri nella partita contro la Norvegia ai mondiali del 1938